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Bulletín
n.
54
N. Due
anni
fa,
in
occasione
del
1.500°
anniversario
della
nascita
di
S.
Benedetto,
Lei
ha
parlato
agli
abati
benedettini
che
sono
venuti
a
Roma
sul
tema:
“Dialogo
dei
monaci
cristiani
con
i
monaci
non
cristiani:
possibilità
e
difficoltà”.
Mi
sembra
che
l’essenza
del
Suo
discorso
indicasse,
al
di
là
delle
diverse
espressioni
del
monachesimo,
quelle
che
sono
le
mete
comuni
a
tutti
i
monaci,
di
qualsiasi
credo:
la
“purificazione
del
cuore”,
la
testimonianza
dei
valori
eterni
dello
Spirito
nella
società
contemporanea,
la
ricerca
della
salvezza
nell’Eterno
e
nel
Trascendente.
Il
dialogo
è
possibile
ed
utile
affinché
ciascuno
possa
approfondire
e
seguire
il
proprio
cammino.
Disse
anche
che
questo
dialogo
non
è
possibile
che
tra
due
personalità
sviluppate
nella
rispettiva
identità,
ma
che
siano,
al
tempo
stesso,
umili,
aperte
e
desiderose
di
istruirsi
reciprocamente. Sono
pienamente
d’accordo
con
questa
Sua
opinione.
In
particolare,
qual
è
il
significato
più
importante
degli
incontri
fra
monaci
cattolici
e
monaci
Zen?
R. È
importante
poter
fare
il
confronto
con
l’altro,
per
approfondire
la
conoscenza
di
se
stesso
e
chiarire
la
propria
identità.
Il
mistero
è
sempre
più
grande
della
nostra
capacità
di
comprendere.
Ma,
per
poter
fare
questo,
si
deve
superare
e
lasciare
l’atteggiamento
apologetico
o
strategico
che
mira
convertire
gli
altri.
Occorre,
umilmente,
desiderare
di
esperimentare
la
spiritualità
Zen
nel
contesto
in
cui
è
nota.
Per
fare
questo,
per
capire
ed
apprezzare
gli
altri,
però,
bisogna
sapersi
spogliare
di
sé,
delle
usanze
abituali
e
divenire
libero:
cosa
molto
difficile
ma
necessaria.
Cercare
semplicemente
di
utilizzare
un
buon
metodo
o
di
appropriarsi
di
qualche
buona
idea,
costituiscono
pessime
abitudini
che
ci
farebbero
ricadere
nel
colonialismo.
Ma
vorrei,
a
mia
volta,
porLe
una
domanda:
qual
è
lo
scopo
della
vita
monastica
Zen?
N. Non
credo
di
essere
in
grado
di
rispondere
esaurientemente,
in
quanto
non
sono
una
religiosa
dello
Zen,
cercherò
di
farlo
nei
limiti
delle
mie
conoscenze.
Lo
scopo
della
vita
monastica
Zen
è
di
trovare
il
vero
“io”.
Nella
disciplina
necessaria
per
raggiungere
questo
obiettivo
possiamo
notare
due
aspetti:
il
primo
ha
per
oggetto
il
superamento
dell’io
egocentrico
ed
a
tale
scopo
nel
monastero
ci
si
sottomette
a
delle
regole
che
potrebbero
apparire
assurde
ma
che
hanno
lo
scopo
di
uccidere
tale
“io”,
il
secondo
riguarda
la
ricerca
del
vero
“Se
stesso”,
attraverso
la
pratica
dello
Zazen
e
l’esame
del
maestro
(sanzen).
È
questo
il
metodo
più
efficace
per
giungere
al
risveglio
del
vero
“Se
stesso”
che
vive
in
armonia
con
l’universo
nella
grazia
e
quindi,
successivamente,
vivere
in
tale
armonia
e
libertà
per
aiutare
gli
altri.
Il
Koan,
presentato
in
tanti
libri
e
che
gli
europei
vogliono
conoscere
subito,
deve
essere
approfondito
in
questo
tipo
di
vita.
R. Capisco
bene.
Anche
in
questo
senso,
è
importante
che
i
monaci
cattolici
facciano
l’esperienza
della
vita
monastica
Zen:
da
essa
riceverebbero
senz’altro
buoni
stimoli.
N. Qualche
anno
fa,
durante
l’incontro
tra
il
cardinale
Pignedoli
ed
il
Maestro
Morinaga
Roshi
di
Ryoanji,
il
Cardinale
osservò
che
nel
Buddismo
giapponese
vi
sono
diverse
scuole:
la
scuola
Shin,
che
dà
maggior
importanza
alla
devozione
ed
alla
preghiera;
la
scuola
Nichiren,
che
privilegia
il
lavoro
sociale:
“Su
questi
punti
–
aggiunse
–
noi
siamo
al
medesimo
livello
e
possiamo
facilmente
parlare
e
collaborare.
Ma
per
quanto
riguarda
l’approfondimento
dell’interiorità
di
ciascuno,
il
sistema
Zen
non
trova
rispondenza
esatta
da
noi.
Quindi,
abbiamo
molto
da
imparare
dallo
Zen”.
A
me
pare,
però,
che
una
disciplina
simile
allo
Zen
esistesse
anticamente
nel
cattolicesimo,
soprattutto
a
Bisanzio
ove
esisteva
una
pratica
spirituale
che
dava
importanza
alla
posizione
del
corpo
ed
alla
respirazione.
Perché
si
è
persa
questa
tradizione?
R. Ciò
è
stato
determinato
soprattutto
dalla
separazione,
avvenuta
tra
l’XI
ed
il
XII
secolo,
fra
la
chiesa
orientale
e
quella
occidentale. Come
sa,
l’oriente
ha
approfondito
la
spiritualità.
Nel
XVIII
secolo
è
stata
pubblicata
la
Filocalia,
un
condensato
di
questa
spiritualità
orientale
sviluppatasi
tra
il
IV
ed
il
X
secolo,
come
risposta
all’ondata
di
illuminismo,
razionalismo,
individualismo.
La
chiesa
occidentale,
invece,
ha
risposto
a
questa
offensiva
soprattutto
con
studi
apologetici. La
scissione
della
chiesa
orientale
portò
ad
un
impoverimento
della
spiritualità
in
quella
occidentale:
oggi
noi
cerchiamo
di
ritrovare
e
riapprezzare
questi
valori. La
chiesa
occidentale
cercò
una
profondità
spirituale
nella
devozione:
il
pietismo,
quale
si
è
visto
soprattutto
nell’ambito
protestante,
è
esemplare
di
questo
atteggiamento.
Contemporaneamente
la
chiesa
occidentale
ha
voluto
esprimere
la
sua
fede
anche
sotto
la
forma
di
impegno
sociale.
N. Nell’assemblea
degli
abati
benedettini,
Lei
ha
parlato
della
bipolarità
della
vita
monastica
cattolica:
cioè
interiorità
e
partecipazione,
ovvero
amore
verso
il
prossimo.
Vuole
darmi
qualche
spiegazione?
R. Sì,
questi
due
elementi
devono
essere
sempre
insieme.
Al
momento
di
entrare
nella
vita
religiosa,
ciascuno
può
scegliere
la
via
che
dà
più
peso
ad
uno
dei
due
valori;
ma
chi
dà
più
importanza
all’interiorità,
deve
anche
essere
sempre
aperto
verso
il
prossimo
e
chi
si
pone
al
servizio
al
prossimo,
se
non
pensa
alla
propria
interiorità,
perde
il
fondamento
di
ogni
azione.
La
preghiera
raggiunge
la
sua
vera
profondità
quando
è
aperta
a
tutti
gli
avvenimenti
ed
a
tutti
i
popoli
del
mondo.
N. Come
viene
guidato,
nell’ambito
cristiano,
colui
che
cerca
l’approfondimento
interiore
e
un’esperienza
spirituale?
Nello
Zen
si
cerca
di
far
avere
questa
esperienza
nel
monastero,
col
metodo
che
ho
già
accennato;
gettare
via
l’io
egocentrico
e
trovare
il
vero
“Se
stesso”.
Questo
vero
“Se
stesso”
non
è
altro
che
il
carattere
di
Budda,
la
nostra
vita
non
è
altro
che
la
grazia
di
Budda.
Usando
un
termine
cristiano,
potrei
dire
che
è
l’esperienza
della
gioia
dell’unità
con
Dio,
della
vita
nella
luce.
Ripetendo
questa
esperienza,
si
approfondisce
se
stesso
e
si
cerca
di
camminare
nella
luce
anche
nella
vita
quotidiana.
Quando,
poi,
si
esce
dal
monastero
per
prendere
l’incarico
di
una
parrocchia,
col
contatto
diretto
si
cerca
di
dirigere
ed
aiutare
gli
altri?
R. Nel
cristianesimo,
questa
esperienza
di
pace
e
di
gioia,
di
unione
con
Dio
nell’abbandono
dell’io
egocentrico,
si
chiama
contemplazione.
Ma
la
contemplazione
è
dono,
grazia
di
Dio:
noi
non
vi
possiamo
arrivare
con
il
solo
sforzo
personale.
In
questa
esperienza
s’incontra
Gesù
e,
per
mantenere
questo
contatto,
noi
ci
impegniamo
nella
vita
religiosa
per
tutta
la
vita:
per
questa
ragione
noi
abbiamo
il
voto
perpetuo.
Naturalmente
anche
noi
dobbiamo
seguire
una
disciplina
per
raggiungere
questa
esperienza.
Per
prima
cosa
occorre
abbandonare
l’egoismo,
l’io
egocentrico:
questo
è
un
problema
comune
a
tutte
le
religioni.
Le
parole
“lasciare
la
carne”
di
S.
Paolo,
non
significano
soltanto
vincere
i
desideri
a
livello
corporale,
significano
altrettanto
abbandonare
l’egoismo.
Per
giungere
a
questo
è
necessario
avere
una
guida.
Non
sono
possibili
progressi
senza
una
guida
che
abbia
avuto
l’esperienza
interiore
e
sia
capace
di
vedere
nell’interiorità
del
discepolo.
Il
padre
spirituale,
il
confessore
o
l’abate
del
monastero
hanno
questo
incarico.
N. Come
educano
queste
guide
spirituali?
Nell’ambito
Zen
il
compito
maggiore
del
maestro
sta
nel
far
nascere
un
altro
maestro.
Nel
cristianesimo
esiste
un
sistema
simile?
R. No,
non
esiste.
Nel
cattolicesimo,
l’insegnamento
di
Gesù
viene
tramandato,
attraverso
gli
apostoli,
nell’istituzione
storica.
Un
sacerdote
nasce
dall’imposizione
della
mano
del
vescovo
ed
è
tra
i
sacerdoti
che
vengono
scelti
i
vescovi.
Il
cattolicesimo
è
basato
su
questa
successione
storico-istituzionale
e
non
esiste
un
metodo
speciale
per
far
nascere
una
guida
spirituale.
Non
si
può
dire
che
tutti
i
sacerdoti
ed
i
vescovi
abbiano
un’esperienza
spirituale
molto
profonda;
in
alcuni
casi
un
semplice
laico
può
avere
un’esperienza
interiore
più
profonda
del
vescovo.
Il
cattolicesimo
è
fondato
su
questa
istituzione.
Nessuno
uomo
può
avere
un’esperienza
spirituale
completa,
perciò
anche
il
Papa
ha
bisogno
del
suo
padre
confessore.
Il
primo
vescovo
è
stato
investito
da
Gesù
ed
ha
tramandato
questo
potere
alla
generazione
successiva.
Ma
credo
che
anche
nel
Buddismo
e
quindi
anche
nello
Zen
esiste
l’istituzione.
Senza
istituzione
non
può
esistere
organizzazione.
N. Evidentemente.
Invece
dell’imposizione
delle
mani,
si
tramandava
il
vestito
e
la
ciotola
per
l’elemosina.
Si
dice
che
questa
tradizione
risalisse
fino
a
Budda.
Oggi
il
nuovo
maestro
riceve
dal
suo
maestro
un
certificato
che
si
chiama
“Inka”.
Nell’ambito
buddista,
si
chiama
maestro
chi
riceve
la
luce
e
illumina
divenendo
esso
stesso
la
luce,
cioè
Bodhisattva,
“colui
che
trasmette
la
luce”.
I
laici
hanno
il
compito
di
proteggere
questa
luce,
sotto
la
quale
vivono;
questi
laici
si
chiamano
“Bodhisattva
protettori
della
luce”.
R. Nel
cristianesimo
non
esiste
un
metodo
di
educazione
per
divenire
guide
spirituali
come
nello
Zen,
ma
anche
noi
abbiamo
diversi
ordini
spirituali:
per
esempio
quelli
di
S.
Benedetto,
di
S.
Francesco,
di
S.
Ignazio,
di
Santa
Teresa,
di
Don
Bosco.
Tutti
sono
diversi
ma
fondamentalmente
uguali.
N. In
questi
ordini
religiosi
è
importante
la
meditazione?
Che
cosa
è
la
meditazione?
R. Nella
meditazione
si
riflette
sui
propri
difetti,
sulle
cose
che
si
sono
compiute,
sul
significato
profondo
delle
parole
del
Vangelo,
sul
come
vivere
in
accordo
con
l’insegnamento
e
così
via.
Si
tratta
di
un
lavoro
mentale.
Riflettendo
e
pensando,
noi
ci
avviciniamo
alla
vera
contemplazione,
allo
stato
di
gioia
dell’unità
con
Dio,
nella
luce
di
Dio.
N. Invece
nella
pratica
Zen,
si
cerca
di
eliminare
totalmente
il
lavoro
mentale,
il
ragionamento.
Forse
si
potrà
dire
che
lo
stato
di
illuminazione,
di
risveglio
al
quale
la
pratica
Zen
vuole
arrivare
sia
la
“contemplazione”.
Ma
il
metodo
con
il
quale
si
cerca
di
arrivare
a
quello
stato
non
è
la
meditazione.
Il
“Koan”
non
è
un
oggetto
di
meditazione.
In
questo
senso,
quando
si
parla
di
“meditazione”
Zen,
si
dà
un’idea
sbagliata
dello
Zen.
R. Purtroppo
in
Europa
si
parla
di
“meditazione”
Zen
e
molti
pensano
che
lo
Zen
sia
una
pratica
di
meditazione.
Io
penso
che
sarebbe
meglio
chiamare
lo
Zen
“esercizio
per
la
contemplazione”.
D’altra
parte,
vorrei
farle
un’altra
domanda:
come
vengono
considerati,
nello
Zen,
la
teoria
o
l’insegnamento
e
lo
sforzo
intellettuale
per
capire
la
teoria
buddista
e
l’insegnamento
di
Budda?
Quando
abbiamo
parlato
con
il
maestro
Suzuki;
ho
avuto
l’impressione
che
nello
Zen
non
si
dia
importanza
al
lavoro
intellettuale.
N. Quello
che
voleva
intendere
il
Maestro,
era
che,
anche
davanti
all’insegnamento
supremo,
noi
possiamo
capire
solo
in
base
alla
nostra
profondità
spirituale.
L’insegnamento
religioso
non
si
può
capire
intellettualmente
e
solo
approfondendo
noi
stessi
possiamo
avvicinarci
al
vero
significato.
Nella
vita
monastica
Zen,
la
proibizione
di
leggere
un
libro
e
di
pensare,
è
dovuta
al
fatto
che
questi
lavori
mentali
sono
basati
sull’io
che
pensa,
il
quale
rappresenta
un
ostacolo
per
raggiungere
la
contemplazione.
Questa
proibizione
non
sopprime
l’importanza
del
testo
e
dell’insegnamento,
ma
occorre
che
questi
siano
compresi
nella
luce
della
contemplazione.
L’insegnamento
di
Budda
non
deve
essere
capito
intellettualmente
ma
vissuto.
Mi
sembra
anche
sia
così
anche
per
il
Vangelo.
R. Certo,
il
Vangelo
è
prima
oggetto
di
meditazione
per
riflettere
su
se
stessi,
poi
oggetto
di
comunione,
infine
fonte
della
contemplazione
che
illumina
la
nostra
vita.
Noi
diciamo
che
le
parole
del
Vangelo
non
devono
essere
capite
mentalmente,
ma
“ruminate”.
“Ruminando”
queste
parole
noi
dobbiamo
unirci
ad
esse
e,
così,
possiamo
vivere
questi
insegnamenti.
Noi
distinguiamo
tre
gradi
nel
nostro
stato
interiore:
lo
stato
purgativo,
nel
quale
si
riflette
sui
propri
difetti
e
si
cerca
di
migliorare,
lo
stato
illuminativo,
nel
quale
si
ottiene
una
comprensione
più
profonda
del
Vangelo
ed
infine
lo
stato
unitivo.
Ma
questi
gradi,
nella
nostra
vita,
non
sono
fissi.
Un
giorno
riconosciamo
i
nostri
difetti
e
un
altro
giorno
viviamo
nella
felice
unione
con
Dio,
ecc.;
la
nostra
esistenza
trascorre
da
uno
stato
all’altro.
N. La
via
per
arrivare
alla
contemplazione
è
solo
la
meditazione?
Non
vi
sono
esercizi
corporali
come
nello
Zen?
Un
controllo
della
posizione
del
corpo
e
della
respirazione?
R. Questo
esiste
nel
mondo
greco
ortodosso
e
russo.
In
occidente,
dopo
Cartesio,
si
sono
considerati
il
corpo
e
lo
spirito
divisi
nettamente,
il
corpo
essendo
stato
privato
di
valore.
Questo
pensiero,
si
situa
sulla
linea
filosofica
iniziata
da
Socrate,
il
quale
per
la
comprensione
della
realtà,
predilisse
la
via
del
concetto.
Di
conseguenza
si
è
dato
valore
solo
alle
cose
spirituali
e
completamente
rimossi
gli
elementi
fisici.
Si
ritrova
la
medesima
posizione
nella
medicina
moderna,
anche
se
oggi
con
la
psicologia
e
la
psicoanalisi
si
ricomincia
a
pensare
che
la
nostra
esistenza
non
si
possa
scindere
in
corpo
e
interiorità.
Già
la
medicina
orientale
ha
sempre
dato
importanza
all’equilibrio
tra
mente
e
corpo.
N. Grazie
per
avermi
concesso
così
lungamente
il
Suo
tempo
prezioso.
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