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PIERO ROSSANO
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Spiritualità e contemplazione nel Cristianesimo e nello Zen
Colloquio con mons. Rossano di Michiko Nojiri
presso il Segretariato per i non cristiani - 3 dicembre 1982


Bulletín n. 54

N. Due anni fa, in occasione del 1.500° anniversario della nascita di S. Benedetto, Lei ha parlato agli abati benedettini che sono venuti a Roma sul tema: “Dialogo dei monaci cristiani con i monaci non cristiani: possibilità e difficoltà”. Mi sembra che l’essenza del Suo discorso indicasse, al di là delle diverse espressioni del monachesimo, quelle che sono le mete comuni a tutti i monaci, di qualsiasi credo: la “purificazione del cuore”, la testimonianza dei valori eterni dello Spirito nella società contemporanea, la ricerca della salvezza nell’Eterno e nel Trascendente. Il dialogo è possibile ed utile affinché ciascuno possa approfondire e seguire il proprio cammino. Disse anche che questo dialogo non è possibile che tra due personalità sviluppate nella rispettiva identità, ma che siano, al tempo stesso, umili, aperte e desiderose di istruirsi reciprocamente.
Sono pienamente d’accordo con questa Sua opinione. In particolare, qual è il significato più importante degli incontri fra monaci cattolici e monaci Zen?

R. È importante poter fare il confronto con l’altro, per approfondire la conoscenza di se stesso e chiarire la propria identità. Il mistero è sempre più grande della nostra capacità di comprendere. Ma, per poter fare questo, si deve superare e lasciare l’atteggiamento apologetico o strategico che mira convertire gli altri. Occorre, umilmente, desiderare di esperimentare la spiritualità Zen nel contesto in cui è nota. Per fare questo, per capire ed apprezzare gli altri, però, bisogna sapersi spogliare di sé, delle usanze abituali e divenire libero: cosa molto difficile ma necessaria. Cercare semplicemente di utilizzare un buon metodo o di appropriarsi di qualche buona idea, costituiscono pessime abitudini che ci farebbero ricadere nel colonialismo. Ma vorrei, a mia volta, porLe una domanda: qual è lo scopo della vita monastica Zen?

N. Non credo di essere in grado di rispondere esaurientemente, in quanto non sono una religiosa dello Zen, cercherò di farlo nei limiti delle mie conoscenze. Lo scopo della vita monastica Zen è di trovare il vero “io”. Nella disciplina necessaria per raggiungere questo obiettivo possiamo notare due aspetti: il primo ha per oggetto il superamento dell’io egocentrico ed a tale scopo nel monastero ci si sottomette a delle regole che potrebbero apparire assurde ma che hanno lo scopo di uccidere tale “io”, il secondo riguarda la ricerca del vero “Se stesso”, attraverso la pratica dello Zazen e l’esame del maestro (sanzen). È questo il metodo più efficace per giungere al risveglio del vero “Se stesso” che vive in armonia con l’universo nella grazia e quindi, successivamente, vivere in tale armonia e libertà per aiutare gli altri. Il Koan, presentato in tanti libri e che gli europei vogliono conoscere subito, deve essere approfondito in questo tipo di vita.

R. Capisco bene. Anche in questo senso, è importante che i monaci cattolici facciano l’esperienza della vita monastica Zen: da essa riceverebbero senz’altro buoni stimoli.

N. Qualche anno fa, durante l’incontro tra il cardinale Pignedoli ed il Maestro Morinaga Roshi di Ryoanji, il Cardinale osservò che nel Buddismo giapponese vi sono diverse scuole: la scuola Shin, che dà maggior importanza alla devozione ed alla preghiera; la scuola Nichiren, che privilegia il lavoro sociale: “Su questi punti – aggiunse – noi siamo al medesimo livello e possiamo facilmente parlare e collaborare. Ma per quanto riguarda l’approfondimento dell’interiorità di ciascuno, il sistema Zen non trova rispondenza esatta da noi. Quindi, abbiamo molto da imparare dallo Zen”. A me pare, però, che una disciplina simile allo Zen esistesse anticamente nel cattolicesimo, soprattutto a Bisanzio ove esisteva una pratica spirituale che dava importanza alla posizione del corpo ed alla respirazione. Perché si è persa questa tradizione?

R. Ciò è stato determinato soprattutto dalla separazione, avvenuta tra l’XI ed il XII secolo, fra la chiesa orientale e quella occidentale.
Come sa, l’oriente ha approfondito la spiritualità. Nel XVIII secolo è stata pubblicata la Filocalia, un condensato di questa spiritualità orientale sviluppatasi tra il IV ed il X secolo, come risposta all’ondata di illuminismo, razionalismo, individualismo. La chiesa occidentale, invece, ha risposto a questa offensiva soprattutto con studi apologetici.
La scissione della chiesa orientale portò ad un impoverimento della spiritualità in quella occidentale: oggi noi cerchiamo di ritrovare e riapprezzare questi valori.
La chiesa occidentale cercò una profondità spirituale nella devozione: il pietismo, quale si è visto soprattutto nell’ambito protestante, è esemplare di questo atteggiamento. Contemporaneamente la chiesa occidentale ha voluto esprimere la sua fede anche sotto la forma di impegno sociale.

N. Nell’assemblea degli abati benedettini, Lei ha parlato della bipolarità della vita monastica cattolica: cioè interiorità e partecipazione, ovvero amore verso il prossimo. Vuole darmi qualche spiegazione?

R. Sì, questi due elementi devono essere sempre insieme. Al momento di entrare nella vita religiosa, ciascuno può scegliere la via che dà più peso ad uno dei due valori; ma chi dà più importanza all’interiorità, deve anche essere sempre aperto verso il prossimo e chi si pone al servizio al prossimo, se non pensa alla propria interiorità, perde il fondamento di ogni azione. La preghiera raggiunge la sua vera profondità quando è aperta a tutti gli avvenimenti ed a tutti i popoli del mondo.

N. Come viene guidato, nell’ambito cristiano, colui che cerca l’approfondimento interiore e un’esperienza spirituale? Nello Zen si cerca di far avere questa esperienza nel monastero, col metodo che ho già accennato; gettare via l’io egocentrico e trovare il vero “Se stesso”. Questo vero “Se stesso” non è altro che il carattere di Budda, la nostra vita non è altro che la grazia di Budda. Usando un termine cristiano, potrei dire che è l’esperienza della gioia dell’unità con Dio, della vita nella luce. Ripetendo questa esperienza, si approfondisce se stesso e si cerca di camminare nella luce anche nella vita quotidiana. Quando, poi, si esce dal monastero per prendere l’incarico di una parrocchia, col contatto diretto si cerca di dirigere ed aiutare gli altri?

R. Nel cristianesimo, questa esperienza di pace e di gioia, di unione con Dio nell’abbandono dell’io egocentrico, si chiama contemplazione. Ma la contemplazione è dono, grazia di Dio: noi non vi possiamo arrivare con il solo sforzo personale. In questa esperienza s’incontra Gesù e, per mantenere questo contatto, noi ci impegniamo nella vita religiosa per tutta la vita: per questa ragione noi abbiamo il voto perpetuo. Naturalmente anche noi dobbiamo seguire una disciplina per raggiungere questa esperienza. Per prima cosa occorre abbandonare l’egoismo, l’io egocentrico: questo è un problema comune a tutte le religioni. Le parole “lasciare la carne” di S. Paolo, non significano soltanto vincere i desideri a livello corporale, significano altrettanto abbandonare l’egoismo. Per giungere a questo è necessario avere una guida. Non sono possibili progressi senza una guida che abbia avuto l’esperienza interiore e sia capace di vedere nell’interiorità del discepolo. Il padre spirituale, il confessore o l’abate del monastero hanno questo incarico.

N. Come educano queste guide spirituali? Nell’ambito Zen il compito maggiore del maestro sta nel far nascere un altro maestro. Nel cristianesimo esiste un sistema simile?

R. No, non esiste. Nel cattolicesimo, l’insegnamento di Gesù viene tramandato, attraverso gli apostoli, nell’istituzione storica. Un sacerdote nasce dall’imposizione della mano del vescovo ed è tra i sacerdoti che vengono scelti i vescovi. Il cattolicesimo è basato su questa successione storico-istituzionale e non esiste un metodo speciale per far nascere una guida spirituale. Non si può dire che tutti i sacerdoti ed i vescovi abbiano un’esperienza spirituale molto profonda; in alcuni casi un semplice laico può avere un’esperienza interiore più profonda del vescovo. Il cattolicesimo è fondato su questa istituzione. Nessuno uomo può avere un’esperienza spirituale completa, perciò anche il Papa ha bisogno del suo padre confessore. Il primo vescovo è stato investito da Gesù ed ha tramandato questo potere alla generazione successiva. Ma credo che anche nel Buddismo e quindi anche nello Zen esiste l’istituzione. Senza istituzione non può esistere organizzazione.

N. Evidentemente. Invece dell’imposizione delle mani, si tramandava il vestito e la ciotola per l’elemosina. Si dice che questa tradizione risalisse fino a Budda. Oggi il nuovo maestro riceve dal suo maestro un certificato che si chiama “Inka”. Nell’ambito buddista, si chiama maestro chi riceve la luce e illumina divenendo esso stesso la luce, cioè Bodhisattva, “colui che trasmette la luce”.
I laici hanno il compito di proteggere questa luce, sotto la quale vivono; questi laici si chiamano “Bodhisattva protettori della luce”.

R. Nel cristianesimo non esiste un metodo di educazione per divenire guide spirituali come nello Zen, ma anche noi abbiamo diversi ordini spirituali: per esempio quelli di S. Benedetto, di S. Francesco, di S. Ignazio, di Santa Teresa, di Don Bosco. Tutti sono diversi ma fondamentalmente uguali.

N. In questi ordini religiosi è importante la meditazione? Che cosa è la meditazione?

R. Nella meditazione si riflette sui propri difetti, sulle cose che si sono compiute, sul significato profondo delle parole del Vangelo, sul come vivere in accordo con l’insegnamento e così via. Si tratta di un lavoro mentale. Riflettendo e pensando, noi ci avviciniamo alla vera contemplazione, allo stato di gioia dell’unità con Dio, nella luce di Dio.

N. Invece nella pratica Zen, si cerca di eliminare totalmente il lavoro mentale, il ragionamento. Forse si potrà dire che lo stato di illuminazione, di risveglio al quale la pratica Zen vuole arrivare sia la “contemplazione”. Ma il metodo con il quale si cerca di arrivare a quello stato non è la meditazione. Il “Koan” non è un oggetto di meditazione. In questo senso, quando si parla di “meditazione” Zen, si dà un’idea sbagliata dello Zen.

R. Purtroppo in Europa si parla di “meditazione” Zen e molti pensano che lo Zen sia una pratica di meditazione. Io penso che sarebbe meglio chiamare lo Zen “esercizio per la contemplazione”. D’altra parte, vorrei farle un’altra domanda: come vengono considerati, nello Zen, la teoria o l’insegnamento e lo sforzo intellettuale per capire la teoria buddista e l’insegnamento di Budda? Quando abbiamo parlato con il maestro Suzuki; ho avuto l’impressione che nello Zen non si dia importanza al lavoro intellettuale.

N. Quello che voleva intendere il Maestro, era che, anche davanti all’insegnamento supremo, noi possiamo capire solo in base alla nostra profondità spirituale. L’insegnamento religioso non si può capire intellettualmente e solo approfondendo noi stessi possiamo avvicinarci al vero significato. Nella vita monastica Zen, la proibizione di leggere un libro e di pensare, è dovuta al fatto che questi lavori mentali sono basati sull’io che pensa, il quale rappresenta un ostacolo per raggiungere la contemplazione. Questa proibizione non sopprime l’importanza del testo e dell’insegnamento, ma occorre che questi siano compresi nella luce della contemplazione. L’insegnamento di Budda non deve essere capito intellettualmente ma vissuto. Mi sembra anche sia così anche per il Vangelo.

R. Certo, il Vangelo è prima oggetto di meditazione per riflettere su se stessi, poi oggetto di comunione, infine fonte della contemplazione che illumina la nostra vita. Noi diciamo che le parole del Vangelo non devono essere capite mentalmente, ma “ruminate”. “Ruminando” queste parole noi dobbiamo unirci ad esse e, così, possiamo vivere questi insegnamenti. Noi distinguiamo tre gradi nel nostro stato interiore: lo stato purgativo, nel quale si riflette sui propri difetti e si cerca di migliorare, lo stato illuminativo, nel quale si ottiene una comprensione più profonda del Vangelo ed infine lo stato unitivo. Ma questi gradi, nella nostra vita, non sono fissi. Un giorno riconosciamo i nostri difetti e un altro giorno viviamo nella felice unione con Dio, ecc.; la nostra esistenza trascorre da uno stato all’altro.

N. La via per arrivare alla contemplazione è solo la meditazione? Non vi sono esercizi corporali come nello Zen? Un controllo della posizione del corpo e della respirazione?

R. Questo esiste nel mondo greco ortodosso e russo. In occidente, dopo Cartesio, si sono considerati il corpo e lo spirito divisi nettamente, il corpo essendo stato privato di valore. Questo pensiero, si situa sulla linea filosofica iniziata da Socrate, il quale per la comprensione della realtà, predilisse la via del concetto. Di conseguenza si è dato valore solo alle cose spirituali e completamente rimossi gli elementi fisici. Si ritrova la medesima posizione nella medicina moderna, anche se oggi con la psicologia e la psicoanalisi si ricomincia a pensare che la nostra esistenza non si possa scindere in corpo e interiorità. Già la medicina orientale ha sempre dato importanza all’equilibrio tra mente e corpo.

N. Grazie per avermi concesso così lungamente il Suo tempo prezioso.



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